Ep.3 "Bye bye Ryan" - This Is Not La serie, Season 2

Ciao è una parola meravigliosa.
Ha il sapore di un caffè insieme, una birra fra amici, un amore che nasce.
Addio invece nasconde litigi, avvocati, numeri del cellulare da cancellare.
E a volte, dimissioni.

(dalla puntata precedente)

Immaginatemi a bordo di una Bmw, mentre osservo l’alba accendendomi una sigaretta.

(Matteo, non hai mai fumato in vita tua)


Hai ragione, riformulo: immaginatemi al tavolo di un casinò, con un Vodka Martini fra le mani e una bionda mozzafiato accanto.


(Da bravo rugbista bevi solo birra… e la birra fa poco James Bond)


E allora immaginatemi dove volete, mentre divoro una lasagna e bofonchio qualche parola. 

"Non avevamo tempo per farci il fegato spappolato. C’erano tante cose da affrontare. E le cattive notizie erano in arrivo."

(sigla: no indie, no pop, solo tantissimo e ignorantissimo rock)


Poche, semplici, parole.

Fredde come un cocktail alla menta piperita fra le gambe.

Lapidarie come un commesso che ti chiude le porte di Zara in faccia, girando il cartellino da APERTO a CHIUSO.


"Matteo, devo parlarti."

"Dimmi Ryan."

"Me ne vado."


Non era la prima volta che ricevevo le dimissioni da parte di un collaboratore.

Sono scelte, ho sempre pensato.

Nuove opportunità, nuovi stimoli o magari la voglia di realizzarsi in altri ambiti.

Succede. Anche se, in cuor mio, speravo non succedesse proprio quella volta.

E, a giudicare dai suoi occhi tristi, non lo sperava neanche Ryan.


Lui non era un sushiman qualsiasi. Era il sushiman.

Ha formato la crew gastronomica di This is not, ha dato un’anima al menù

e si è fatto 1000 domande prima di creare le prime ricette unconventional.

"Ci voglio mettere di tutto, tranne la noia" sembrava dicesse.

Questo perché i suoi piatti erano tutto tranne che piatti.

Assistere ai suoi test era come guardare una puntata di Masterchef.

C’era molta follia, qualche errore da matita rossa e tanta genialità.

Ricordo ancora i suoi uramaki con carne salata o roast-beef.

Forse un giorno diventeranno realtà, ma il giorno delle dimissioni restarono solo un colpo al cuore.


Dopo 2 anni e mezzo, Ryan aveva deciso di prendere il volo. La Ryan Air.

Un viaggio di lavoro in business. Con zero scali e solo 1 bagaglio a meno.

Scusi Hostess, quando si atterra?

Presto, prestissimo. Anzi, non decolliamo proprio.

Sì, perché Ryan usciva dal nostro negozio per andare a lavorare nel ristorante accanto.


"Se ce lo rubano, vuol dire che avevamo scelto bene!"

Aveva pensato Lorenzo.

"Se ce lo rubano, vuol dire che hanno paura di noi!"

Avevo pensato io, aggrappandomi a un po’ di sano ottimismo.

(pubblicità: caffettino?)


Ci serviva qualcuno fuori dagli standard, fuori dai canoni tradizionali. Talmente fuori da non esistere.
Sì perché non c’è cosa più difficile che trovare un dipendente giusto, al momento giusto… al prezzo giusto. 
E più che talenti, noi trovammo dei pensionati (con tutto il rispetto).

L’IMBRUTTITO.
"Faccio questo lavoro da tanti anni."
"Ottimo!"
"Però faccio solo sashimi."
"… ma il nostro menù è fatto di maki per l’80%…"
"Gli uramaki li fanno i junior. Ma se vuoi… gli do un occhio."

(La tradizione vuole che i maki siano fatti dai chi è alle prime armi. Il buon senso vuole che non si possa pagare 2mila euro al mese una persona… che guarda gli altri)


IL PISOLINO ADDICTED.
"Però così non va."
"Che succede… c’è qualche problema?"
"Voi lavorate troppo… sono già stressato!"
"Dopo solo 2 settimane?"

(Per chi ama il proprio lavoro, le giornate durano 24 ore. Per tutti gli altri invece appena 8. Io preferisco sempre chi non guarda mai l’orologio).


IL FILOSOFO.
"Scusa, potresti velocizzarti un po’ stasera?"
"Il sushi ha il suo tempo."
"… ma siamo in ritardo con le consegne!"
"Il sushi ha i suoi riti. Anzi, potresti abbassare la musica? Lavoro meglio al silenzio."

(Dice il saggio: mai fidarsi di chi si dice saggio)

Nulla, il destino tardava a sorriderci.
Non trovavamo un sushiman che facesse al caso nostro.
Poi all’improvviso, la soluzione. 
Non dovevamo cercarla fuori, ma dentro di noi. 

Stava per arrivare in Italia Amy, la sorella di Ayris (per chi non la ricordasse, è una dei 3 soci fondatori).

Aveva bisogno di lavorare, era molto motivata e aveva un asso nella manica talmente grande che non poteva permettersi nessun bluff.

Suo marito era un sushiman e lei avrebbe imparato tutto da lui.


Il progetto This is not riscaldava di nuovo i motori.

Stava per entrare in squadra la prima Sushigirl di Milano, e forse d’Italia.


Ma questa è un’altra storia.
Anzi, è la prossima storia. 
Perché il meglio deve ancora venire.

A mercoledì prossimo con "Girl Power".



PICCOLO PS IMPRENDITORIALE

Ricordo la solitudine. 

Era un periodo strano, complicato. 

Avevamo problemi con il personale, con un turnover mai visto. 
Ayris aveva vissuto un momento in cui non è stata bene quindi era meno presente in azienda, i punti di riferimento scarseggiavano, Lorenzo ed io iniziavamo a lavorare su progetti diversi e ci vedevamo sempre meno. 

Non andavamo male: il fatturato cresceva costantemente, ci stavamo facendo un nome, ma qualcosa non girava per il verso giusto. Come se qualcosa ci stesse sfuggendo di mano.


E poi è arrivato l’addio di Ryan, l’unica certezza che avevamo oltre la nostra determinazione.

A quel punto mi sono sentito davvero solo. 

Il team era cambiato completamente in pochissimi mesi. I punti fermi, spariti, le persone fondamentali avevano altri pensieri importanti in testa che le portavano lontane dall’azienda.

La partenza di Ryan, per quanto con il sorriso e benedetto con i migliori e più grati in bocca al lupo del mondo, sembrava un segno di disfatta.

Invece, proprio lì c’era l’insegnamento. 

Proprio lì c’era la lezione da apprendere: le persone sono importanti, fondamentali. 
Ma una azienda ben costruita deve funzionare al di là delle persone che la compongono, deve avere dei processi, delle procedure, del know how condiviso e trasmissibile, deve reagire ai traumi trovando risorse insperate nelle persone che magari fino a quel momento erano rimaste nell’ombra. 
E tu devi avere il coraggio di fare quel passo, nel vuoto, che fa la differenza. 
E tirarti dietro l’azienda. 
E farla crescere, con le persone che la formano, ma soprattutto con la loro intelligenza, che resta e resterà comunque nel modo di lavorare, nei processi che la definiscono, nello stile che la caratterizza. 


Non serve aver timore di far crescere le persone che lavorano con te per paura che poi se ne vadano.


Le persone che non crescono fanno più danni di persone che una volta cresciute se ne vanno dopo aver contribuito alla crescita degli altri, perché in una squadra, nessuno migliora da solo.


Matteo


(Titoli di coda)

Questa storia è offerta da This Is Not A Sushibar, 
prossimamente il sushi delivery più grande del mondo.

A mercoledì prossimo, con "Girl Power"!